Ferrari-Suzuka: un’alba che significa tramonto




GP Giappone
10 ottobre 2018 - 9:04

Da ormai due anni a questa parte, noi tifosi ferraristi siamo costretti a vivere albe mattutine contrapposte, a seconda che sia marzo o ottobre. Il 2017 ed il 2018 si sono aperti, in primavera, con successi australiani che sembravano essere solo il punto di partenza per stagioni indimenticabili, ma che, alla fine, hanno rappresentato delle brutte illusioni. Già, perché il periodo autunnale, coincidente soprattutto con l’alba italiana della gara di Suzuka, ha sancito la parola fine sulle speranze (a dire il vero già ridotte al lumicino) dei sostenitori della Rossa. Ma se nel 2017 la Mercedes aveva comunque dimostrato superiorità dal punto di vista tecnico per gran parte della stagione, la gara di Suzuka 2018 è stato l’ultimo colpo “mortale”, che ha segnato il tramonto di un’annata che avrebbe potuto (e, secondo chi scrive, dovuto) essere vincente.

La debacle giapponese della Ferrari passa sostanzialmente da due enormi problemi che hanno caratterizzato i momenti clou del 2018: pessime scelte strategiche ed errori del pilota, in questo caso Sebastian Vettel. Problemi con molteplici intrecci e sfaccettature.

Partiamo dall’analisi di quanto accaduto al sabato, quando all’inizio del Q3 i “geni” (per dirla alla Alonso) del box hanno deciso di mandare in pista i due piloti con le gomme intermedie in condizioni di asciutto. Un azzardo costato caro, visto che Kimi e Seb hanno perso tempo prezioso dovendo poi girare su pista umida nei minuti successivi, quando ha ripreso a piovere, come fosse uno scherzo del destino. Mi associo qui alle parole post-qualifica di Arrivabene, che condivido al 50%, ovvero nella misura in cui ha affermato che è stato fatto un grave errore. Sì, finalmente non si è parlato di “sfortuna”, perché ultimamente ne abbiamo sentite di tutti i colori sulla pioggia e su questo fato sfavorevole alla Rossa e favorevole a Lewis. Come mai ogni volta che c’è da applicare una strategia, la Ferrari riesce sempre ad essere l’unica “pecora nera” e pagarne le conseguenze? Come mai veniamo sempre e solo nutriti delle due o tre scelte azzeccate all’anno (es. Australia sotto Virtual Safety Car), quando i tecnici ne sbagliano magari altre dieci decisive? “La fortuna e la sfortuna non esistono”, diceva Enzo Ferrari. Appunto. Manca però l’altro 50%, e qui mi dissocio dal nostro team principal. Arrivabene ha infatti usato frasi abbastanza eloquenti, che se ben ascoltate simboleggiano un distacco tra lui e gli strateghi del muretto, ovvero coloro che hanno sbagliato. Frasi come “sono arrabbiato, è un errore inaccettabile” ti fanno quasi pensare che lui non si voglia assumere fino in fondo la responsabilità della scelta, cosa che invece dovrebbe fare un leader del suo calibro. La responsabilità primaria è certamente sua, in quanto capo dei tecnici, ed in secondo luogo ricade ovviamente su persone come Inaki Rueda piuttosto che Jock Clear.

La crisi della Ferrari ha raggiunto però il suo culmine anche con Sebastian Vettel, protagonista sabato di una qualifica anonima (ok, non era aiutato dalle condizioni, ma guardate dov’è finito Raikkonen…) e domenica dell’ennesima gara “strana” della sua stagione. Già, perché nel contatto con Verstappen può essere colpevole o meno (a mio giudizio è un incidente di gara), ma una cosa è certa: il pilota, oggi, non è sereno. Gli errori stagionali di Vettel sono ormai notevoli e pesanti. Inutile ripeterli, gli sono costati tra i 70 e gli 80 punti di differenza da Lewis, al netto di altri avvenimenti inaspettati in pista. Ma Seb ha probabilmente perso tutta la serenità in quel botto di Hockenheim, che è stato il vero duro colpo che ha rovesciato il suo mondiale (da un ipotetico +21 a -17 in classifica). Da lì in poi un solo guizzo (Spa) e tanta amarezza, nelle ultime gare anche a causa di una Mercedes tornata mostruosa. Il problema è che la Ferrari ha bisogno del miglior Vettel per la prossima stagione, di un pilota più “calcolatore” e meno istintivo, visto che l’istinto gli sta giocando brutti scherzi. Il valore tecnico del pilota non si discute, ma serve ritrovarlo anche a livello psicologico.

Chiudo nuovamente con Arrivabene e con le parole del post-gara. Maurizio ha provato a stringersi intorno alla squadra, parlando di bella reazione di team e piloti. Da esterno lo ascolti, guardi la classifica e leggi Raikkonen 5° e Vettel 6°, ovvero il secondo peggior risultato dell’anno dopo Barcellona. A quel punto ti sorgono tanti dubbi sulle sue affermazioni, risultano oggettivamente poco credibili, e forse capisci che c’è anche un problema di mentalità vincente. Credo sia proprio questa la verità: la Ferrari di oggi, purtroppo, non è nel suo complesso un team vincente; lo dimostrano i piccoli dettagli, le strategie gara per gara, le scelte dei piloti in pista, il calo prestazionale di fine stagione. Per vincere ci vuole ben altro e gli elementi sono davvero molteplici. Peccato, perché il nostro ex presidente Marchionne aveva almeno ricostruito una Ferrari competitiva, e avrebbe meritato che gli dedicassimo questo Mondiale in suo ricordo.

Lorenzo D’Oca

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