Green Flag – La nuova F1 premia l’esperienza e la forza di un pilota
02 Maggio 2017 - 13:50
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Le vetture di quest'anno non perdonano più. La differenza tra chi ha il manico di guidarle e chi non lo ha è sempre più accentuata e da ora le monoposto non possono più coprire le difficoltà di chi le guida




Con il Gran Premio di Russia di domenica scorsa si è archiviata anche la quarta gara di questa nuova era della Formula 1. Per esprimere la mia opinione in merito all’argomento di cui andrò a trattare ho deciso di aspettare lo svolgimento di qualche corsa. Abbiamo visto i piloti in azione su un circuito cittadino come quello di Albert Park, uno molto tecnico come lo Shanghai International Circuit, uno veloce come il tracciato in Bahrain e uno misto (non mi esprimo ulteriormente perché è meglio così) che risponde al nome di Sochi Autodrom. Una panoramica non completa, ma quanto meno minima, di tipologia di circuiti da cui poter trarre le prime conclusioni su quanto mostrato in pista dai piloti protagonisti in questa nuova F1.

Quello che salta subito all’occhio è che se fino allo scorso anno un pilota non era propriamente competitivo, o comunque pativa ancora la mancanza di esperienza, la propria vettura metteva in parte una pezza andando a nascondere le lacune di chi la guidava. Quest’anno la storia è diversa: o sei un buon pilota e hai esperienza, oppure le difficoltà vengono subito a galla con questi mostri aggressivi e complessi da domare. Il metro di paragone che ho imposto è quello del confronto tra compagni di squadra, perché come loro stessi affermano il loro primo avversario è il proprio team mate.

Andando a considerare i tre top team, ovvero Mercedes, Ferrari e Red Bull, non ci sono tante differenze tra i due piloti. Per quanto riguarda i porta colori della casa di Stoccarda Lewis Hamilton è la cosiddetta “prima guida” dato il suo palmares, ma Valtteri Bottas fino ad ora ha retto e alla grande il confronto con il proprio compagno di squadra. Dopo quattro gare ha già conquistato una vittoria e una pole position; il testacoda in Cina è l’unica sbavatura. Si può dire quindi che il livello in casa Mercedes è quasi equilibrato. Stesso ragionamento si può fare per il team di Maranello con Sebastian Vettel considerato la prima punta (non da Maurizio Arrivabene però, ndr) con Kimi Raikkonen che ogni tanto arranca. Nel caso del finlandese non manca né forza, né esperienza, ma più che altro il feeling con la vettura. Quando questo è assente il campione 2007 si perde come visto in Australia e Cina, ma quando lo trova il ritmo è pari a quello del quattro volte campione del mondo. A confermarlo l’ultima corsa in Russia. Paragone un po’ azzoppato invece per i due piloti della Red Bull, data la scarsa affidabilità della RB13 che non permette a entrambi i piloti di portare al termine una gara nello stesso week-end (Cina a parte). In qualifica il distacco tra i due è sempre irrisorio, in gara Max Verstappen si conferma essere il grande talento mostrato nel 2016 che schiaccia Daniel Ricciardo, che però quando può non sfigura nei confronti del giovane olandese.

Passando ai team di seconda fascia si può notare qualche gap tra primo e secondo pilota, dove con primo intendo il punto di riferimento e con secondo il più giovane. Per quanto concerne la Force India Sergio Perez continua ad esibire il proprio talento anche con queste nuove vetture, ma comunque non riesce a mandare in ombra il team mate Estaban Ocon che si sta dimostrando essere un ottimo pilota, nonostante abbia disputato meno di 20 gran premi. Gli inizi del francese sono stati un po’ titubanti, soprattutto in qualifica dove i distacchi presi dal compagno di team erano importanti. In gara invece un discorso a parte: sempre a punti e addirittura nell’ultima gara, dopo aver ottenuto il primo accesso nel Q3, è arrivato anche a ridosso del ben più esperto messicano.

Alla pari si possono porre anche i due piloti della Toro Rosso, Daniil Kvyat e Carlos Sainz, molto vicini sia in qualifica che in gara. Discorso diverso per quanto riguarda invece Williams, Renault, Sauber e McLaren. Partendo dal team di Grove, i cui piloti sono l’esperto Felipe Massa e l’esordiente Lance Stroll, si può notare come l’esperienza e la forza del brasiliano con 15 anni di carriera abbiano la meglio sul giovane canadese. Quel che fa più specie in questo caso è che Stroll, in seguito ai test effettuati con vecchie vetture Williams la passata stagione, quest’anno mostra estrema difficoltà nel gestire la FW40. Si può notare soprattutto nella percorrenza dei rettilinei, in cui il 18enne non riesce ancora, dopo quattro gare, a impugnare saldamente il volante il quale vibra spaventosamente. Diversamente accade sulla vettura di Felipe Massa.

Oltre alla difficoltà mostrata nell’impugnare il volante, Stroll è stato protagonista di diversi incidenti tra test e campionato. Per fortuna dei suoi meccanici in Russia non ha distrutto nulla, ma nel corso del primo giro è finito da solo in testa coda, dando la colpa a piloti che non lo hanno nemmeno sfiorato.

Anche la situazione in casa Renault è esemplare. Si può accettare il fatto che la vettura non sia delle migliori, ma il paragone tra Nico Hulkenberg e Jolyon Palmer da’ vittoria netta al pilota tedesco. Si potrebbe discutere sul fatto che Hulkenberg sia in F1 dal 2010, mentre Palmer vi è arrivato solo la passata stagione, ma comunque queste vetture sono nuove per tutti. Il n.27 ha già portato in cascina 8 punti per il team e ha conquistato per ben due volte l’accesso nel Q3. In quanto a Palmer, invece, le posizioni sono sempre quelle di medio-bassa classifica, con risultati non significati, se per l’appunto confrontati con quelli di Hulk. Tanto più è riuscito a distruggere due volte la sua RS27 in due giorni in quel di Sochi (in gara la colpa non è stata completamente sua, ndr). Esemplare anche del basso livello di Palmer è la sua dichiarazione dopo l’incidente nel Q1, in cui ha incolpato i cordoli per aver perso il controllo della sua vettura (come se fossero comparsi all’improvviso in quell’istante. Bwoah (cit. Kimi)). In Sauber il paragone tra Marcus Ericsson e Pascal Wehrlein è anche questa volta nettamente a favore del pilota tedesco. Questo perché il pilota del vivaio Mercedes nel 2017 ha guidato molto meno la C36 rispettto al compagno di squadra, a causa dell’incidente del ROC. Lo svedese ha accumulato quattro giorni di test, ha corso in Australia e in Cina e al ritorno di Wehrlein in Bahrain le ha prese sin da subito. La Russia ha dato ragione allo svedese, ma bisogna sottolineare che comunque questo per Ericsson è il quarto anno in F1, mentre per Wehrlein solo il secondo. In più in Australia è stato inferiore anche ad Antonio Giovinazzi che aveva svolto solo un giorno di test a Barcellona e le FP3 di Melbourne.

La vicenda in McLaren è un po’ più delicata. In questo caso oltre al nuovo regolamento che ha portato vetture più estreme, ci si mette anche la situazione della Power Unit Honda che in una gara non funziona e in quella dopo pure. Fernando Alonso e Stoffel Vandoorne più che lottare con il controllo della MCL32, devono combattere contro la sfortuna. Il talento di Vandoorne si è visto lo scorso anno in Bahrain quando al primo GP (in sostituzione del suo attuale compagno di squadra, ndr) ha portato subito la McLaren a punti, addirittura prima della line up ufficiale Alonso-Button. Quest’anno invece si ritrova ad essere sottomesso da Fernando Alonso che in questo caso sta sfruttando solo la sua esperienza nel gestire la situazione. I distacchi tra i due sono molto ampi, ma a mio parere gran parte delle difficoltà del belga derivano dall’affidabilità della vettura e non dalla mancanza di talento.

In merito alla questione Haas preferisco non esprimermi. Romain Grosjean si conferma essere un buon pilota e lo ha mostrato nel corso del week-end di Melbourne, mentre Kevin Magnussen si sta rivalutando con buone prestazioni, viste fino ad ora solo in alcuni sprazzi durante il suo periodo in McLaren. Come detto preferisco non proferir parola in merito alle differenze del team perché si potrebbe dire che improvvisamente il francese sia diventato scarso. Così non è dato che la mancanza di fiducia nella sua vettura ha portato il pilota di Ginevra ad avere più paura nel guidare e quindi non avere più la sicurezza di spingere al limite la sua VF-17.

Dopo aver fatto una completa panoramica team dopo team si può notare come in caso di mancanza di esperienza o di forza, intesa come talento, nel guidare queste vetture, le stesse non possono più sopperire alle lacune dei piloti in difficoltà, creando dei gap importanti tra chi le riesce a guidare e chi no, vedi Williams e Renault su tutte dopo i distacchi si attestano tra il mezzo secondo e il secondo. Se invece il livello è più o meno lo stesso, allora le differenze che separa un pilota dal suo team mate sono sempre minime, come si può dimostrare nei tre top team e in Toro Rosso. Questa nuova F1 va quindi ad evidenziare più di quanto fosse accaduto in passato, la vera forza di un pilota che ora deve contare più che mai su se stesso e non più sul bolide in cui si ritrova.



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