Push to Pass | Dal cuore di Grosjean all’insolenza di Stroll e Alonso: a Melbourne va in scena la Formula Umana
27 Marzo 2018 - 14:34
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GP Australia
Il GP d'Australia ci ha permesso di ricordare quanto sia importante il fattore umano in una F1 sempre più ridotta a competizione tecnologica




Il GP d’Australia non è stato certo memorabile, e probabilmente fra qualche anno questa sarà una di quelle gare che tanti appassionati faticheranno a ricordare. Un gran premio presente negli almanacchi e nelle statistiche, ma non impresso nel cuore di chi vive di Formula 1. Eppure la gara di Melbourne e tutto il primo weekend del mondiale 2018 meriterebbe uno spazio più che dignitoso nella mente dei tifosi e nei libri di storia della categoria.

Da tanto tempo si tende a sminuire l’importanza del fattore umano in Formula 1. Quante volte abbiamo sentito dire che i mondiali li vincono gli ingegneri e non i piloti o il muretto box. Flavio Briatore è sempre stato uno dei più accaniti sostenitori di questa teoria. In troppe circostanza si è esaltata la qualità della singola monoposto per sminuire la capacità del pilota nel ricavare la massima prestazione possibile, o nell’effettuare un sorpasso o nell’approcciare una curva al limite delle potenzialità del mezzo meccanico. E proprio la prima gara del 2018 ci ha ricordato con una forza senza eguali quanto conti ancora l’umanità, nel bene e nel male, in questa Formula 1.

Si fanno tanti calcoli su strategie, cambi gomme, undercut, ma non si pensa mai che una gara possa finire per una ruota montata male. La Haas ha imparato sulla sua pelle che l’errore umano è sempre dietro all’angolo, e l’irresistibile cavalcata di Magnussen Grosjean è stata stoppata ingloriosamente da una gomma Pirelli non fissata durante la sosta ai box. E Grosjean, che nel 2009 fu messo alla porta dalla Renault a causa di un carattere non semplice, ha consolato il meccanico che ha causato il suo ritiro. Avrebbe avuto tutte le ragioni per essere furioso, ma l’ex campione GP2 ha scelto di essere un uomo squadra fino in fondo. Il pilota francese ha così dimostrato di essere enormemente maturato nel corso degli anni, compiendo un gesto di grande umanità nel momento più doloroso della breve storia della Haas in Formula 1.

 

 

 

Incredibile dal punto di vista umano la grinta e la voglia di rivalsa di Alonso, dopo tre anni di stenti con le power unit Honda. Il pilota della McLaren ha combattuto come un leone per tenere il passo delle Haas e di Ricciardo e prendere la bandiera a scacchi in quinta posizione, non dando mai a Verstappen la possibilità di attaccarlo. Bellissima la sua determinazione: molto meno le prese in giro a Mara Sangiorgio. E anche la denigrazione del lavoro della Haas Racing, derubricato a semplice “copia carta carbone” della Ferrari SF70H, è sembrato fuori luogo e offensivo nei confronti di tutte quelle persone lavorano con cuore e passione per la scuderia americana. Ci vuole un attimo per passare dalla grinta, alla sicurezza di sé e alla sfacciataggine.

A proposito di sfacciataggine, come non citare Stroll, che ha accusato la Williams di aver realizzato una monoposto con la quale è impossibile gareggiare. Il canadese non è la pippa che tutti descrivono, ma a Melbourne ha dimostrato tutta la sua immaturità; un uomo vero si vede nei momenti difficili, e Stroll evidentemente deve ancora maturare. La Williams ha bisogno di un pilota in grado di dare indicazioni per migliorare la macchina, non di lamentele da zitella acida dopo una sola gara. Puoi crescere nella bambagia e delineare una strada spianata che porta alla Formula 1 e al successo, ma lo sport e la vita prima o poi presentano il conto. E questo scorcio di 2018 è un piccolo antipasto per Stroll.

Restando in casa Williams, va fatto un applauso a Sirotkin per l’ironia con cui ha preso il suo ritiro dovuto a un problema ai freni causato da un sacchetto porta sandwich. “Almeno avessimo trovato un buon sandwich, e invece c’era solo un sacchetto incastrato nell’impianto frenante”, ha detto il pilota russo. Bravo: a volte basta una battuta per stemperare la tensione e la negatività.

 

 

Puoi essere un fenomeno, un predestinato, pensare a una strategia vincente, ma basta un errore per mandare tutto all’aria. Quel fattore imponderabile ed escluso da ogni ragionamento, ma perfino un talento come Verstappen ha dovuto fare i conti col suo essere umano e con le sue debolezze. In qualifica una sbandata in curva 13 gli ha fatto perdere la prima fila, e lo stare dietro a Magnussen in gara lo ha mandato in crisi. Il pilota della Red Bull ha cotto le sue gomme, che erano pure più dure rispetto a quelle di chi lo stava precedendo, ed è finito in testacoda mentre inseguiva la Haas davanti a lui. Anche il baby prodigio è umano, e il GP d’Australia ce lo ha ricordato. Intanto Ricciardo vive quasi da separato in casa in Red Bull, ciò nonostante continua tiene le spalle larghe, il sorriso d’ordinanza e arriva quasi sul podio.

 

 

Il finale della gara di Melbourne pareva già scritto il sabato. La pole di forza di Hamilton e il suo passo nei primi giri facevano presagire a una facile vittoria, e invece la virtual safety car ha regalato la vittoria a Vettel. Il sabato Hamilton scherzava in conferenza stampa, dopo il suo giro di qualifica stratosferico. Diceva di non aver usato il “bottone magico”, di aver fatto la pole esclusivamente grazie al suo talento cristallino e che prima stava solo aspettando di togliere il sorriso dalla faccia ai ferraristi. Vettel gli ha ricordato che si festeggia la domenica e ha avuto ragione. Arrivabene ha invece sbagliato a dire, riferito alla Mercedes e ad Hamilton, che c’è chi parla e chi fa i fatti. Il messaggio sottinteso era che l’inglese parla, mentre la Ferrari vince in pista. L’albo d’oro degli ultimi quattro anni mostra un’altra realtà, e palesa con grande evidenza che i fatti sono arrivati da Brackley e Stoccarda, e per tre stagioni hanno avuto un nome e un cognome: Lewis Hamilton.

 

 

 

Intanto il primo round della sfida iridata fra Hamilton e Vettel è andato al tedesco, in un duello tra due vetture differenti e due piloti diversi. Ma soprattutto tra due uomini totalmente diversi. Perché in Formula 1 sempre di uomini si deve parlare.



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