Push to Pass | Top & Flop della 500 Miglia di Indianapolis 2019
28 Maggio 2019 - 20:50
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I promossi e i bocciati della centotreesima edizione della gara più prestigiosa del motorsport americano




TOPSimon Pagenaud – Vincitore del GP di Indianapolis: poleman della Indy 500 e dominatore della Indy 500, con 116 giri percorsi da leader. Un mese di maggio a dir poco sensazionale per Pagenaud, che nel mese di aprile era finito al centro delle critiche della stampa americana, già pronta a dargli il benservito dal team Penske in favore del “paesano” Rossi. Il francese, nella gara più importante dell’anno, non ha lasciato nemmeno le briciole agli avversari e ha sempre dato l’impressione di essere in totale controllo della corsa. Ha spinto al massimo quando era primo, e nel penultimo stint ha fatto sfogare Newgarden quando serviva risparmiare etanolo, salvo poi infilarlo prima di rientrare ai box per l’ultimo pit stop. Alla ripartenza si è sbarazzato di Rossi, lo ha tenuto dietro per una decina di giri, e lo ha ripassato dopo due curve nell’unica occasione in cui il pilota dell’Andretti Autosport è riuscito a mettergli il muso davanti. Semplicemente perfetto.

 

Team Penske/Official Facebook

 

Alexander Rossi Gli è dispiaciuto tantissimo arrivare secondo, e la sua delusione a fine gara era evidente, ma il pilota americano ha poco da rimproverarsi. E’ stato l’unico pilota Honda a tenere sempre il ritmo dei migliori e a galleggiare nelle prime posizioni, e difficilmente qualcun altro sarebbe risalito così in fretta dopo aver perso tanto tempo ai box per un problema al bocchettone. Rossi è stato superlativo, ma si è trovato sulla sua strada un Pagenaud troppo forte.

Ed Carpenter – Quest’anno aveva qualcosa in meno rispetto al 2018, quando conquistò la pole e finì secondo alle spalle di Power, ma pur correndo in difesa è riuscito a rimanere nel gruppo di testa fino alla fine. Il pilota americano ancora una volta alla 500 Miglia di Indianapolis è andato forte, e ha dato la paga ai suoi più giovani compagni di squadra Pigot e Jones. Nel finale qualche problema di tenuta della vettura in curva non gli ha permesso di dare il 100% nella lotta per il podio, facendolo scivolare fino al sesto posto, ma la gara di Carpenter rimane comunque positiva.

Clauson-Marshall Racing Probabilmente la compagine con meno mezzi a disposizione fra quelle che hanno partecipato alla 500 Miglia di Indianapolis, eppure se l’è cavata egregiamente. L’intento era quello di qualificarsi alla corsa, ricordare il compianto Bryan Clauson e dare risalto all’importanza della donazione degli organi per salvare delle vite. Tutti e tre gli obiettivi sono stati centrati. Pippa Mann non ha sbagliato nulla nelle due settimane di Indianapolis, preferendo evitare rischi superflui per portare a casa la macchina. Una scelta molto intelligente, per un team che alla prima esperienza a Indianapolis aveva solo bisogno di arrivare alla bandiera a scacchi. Il sedicesimo posto vale una vittoria.

 

Clauson-,Marshall/Official Twitter

 

Santino Ferrucci – Il pilota del Dale Coyne Racing, cacciato dalla Trident nel 2018 per condotta antisportiva dopo aver tamponato di proposito il suo compagno di squadra nel giro di rientro, in America pare aver smesso i panni del ragazzaccio. Il nativo di Woodbury non aveva sfigurato nelle poche gare corse lo scorso anno in sostituzione di Fittipaldi, e alla sua prima stagione da full timer sta mostrando un’ottima crescita. Dopo aver colto due risultati fra i primi dieci nelle prime cinque gare, Ferrucci alla 500 Miglia di Indianapolis ha corso con’intelligenza cercando di risparmiare etanolo per allungare gli stint e guadagnare qualche posizione di strategia. La chiave di lettura della corsa è stata corretta, e gli ha permesso di giocarsi un’altra volta la top ten. Negli ultimi dodici giri ha dovuto duellare a lungo con un mastino come Hunter-Reay per la settima posizione, e Ferrucci ha avuto la meglio nel confronto col campione IndyCar 2014. Un settimo posto, all’esordio a Indianapolis, è tanta roba.

Conor Daly – Da due anni a questa parte il ventisettenne dell’Indiana ha un arduo compito: dimostrare in una gara di meritarsi un sedile in pianta stabile in IndyCar. Il figlio d’arte, finito fuori dal giro per problemi di budget più che per demeriti sportivi, quest’anno ha fatto vedere di che pasta è fatto. Daly per diverse tornate ha duellato con i migliori, trovandosi anche in quarta posizione. Un’ultima sosta ai box non perfetta, unita al ritmo forsennato dei primi negli ultimi dodici giri, non gli ha permesso di essere in lizza per la vittoria. Tuttavia il pilota dell’Andretti Autosport ha preso la bandiera a scacchi in decima posizione, risultando il secondo miglior part timer dopo Ed Carpenter.

James Davison Quindicesimo in qualifica, dodicesimo in gara. Nel mezzo una rimonta praticamente da fondo gruppo, gentile cortesia di un testacoda ai box provocato da Castroneves che lo ha tamponato mentre stava per andare a effettuare il primo rifornimento. Il pilota australiano, con 32 primavere sulle spalle, tutti gli anni ha una sola chance di mettersi in luce in IndyCar. L’anno scorso in gara era una chicane mobile, a causa di diversi problemi alla monoposto, e ha provocato una caution assieme a Sato. Stavolta Davison è andato fortissimo, per di più con un gruppo di lavoro, quello di Coyne/Byrd/Hollinger/Belardi, messo in piedi in poco tempo.

 

Dale Coyne Racing/Official Twitter

 

FLOP – Helio Castroneves – Spiace inserire fra i bocciati una vera e propria leggenda della IndyCar, ma è fuori di discussione che la 500 Miglia di Indianapolis del pilota brasiliano sia stata mediocre. Unico dei piloti Penske a non accedere alla sessione di qualifiche decisiva ai fini dell’assegnazione della pole position, Castroneves non è riuscito nemmeno in gara a trovare la velocità per ambire al quarto successo nella corsa per eccellenza. E oltre a una prova incolore, con tanto di diciottesimo posto a un giro di ritardo, c’è l’aggravante del contatto con Davison in corsia box, con l’alfiere del team Penske che ha mandato in testacoda l’incolpevole australiano. A Spiderman l’augurio di un pronto riscatto nel 2020, sperando che per il terzo anno consecutivo sia della partita come part timer.

Marcus Ericsson – L’ex pilota della Sauber ha indubbiamente disputato una buona qualifica, mancando di poco l’accesso al Fast Nine Shootout, e in gara ha lottato per la sesta posizione per una trentina di giri. Ericsson, che già in altre gare aveva dimostrato di essere abbastanza veloce pur concludendo poco, anche a Indianapolis ha fatto vedere di potersi giocare le sue carte in IndyCar. Proprio per queste ragioni è inaccettabile l’errore che ha commesso al rientro ai box per il quarto pit stop. Perdere il controllo della monoposto in pit lane e andare a sbattere contro il muro non è ammissibile per un pilota che sì è un rookie in America, ma ha accumulato tanta esperienza nelle gare europee.

 

Schmidt-Peterson Motorsports/Official Twitter

 

Zach Veach – Peggior pilota dell’Andretti Autosport in qualifica, col ventottesimo tempo, e impalpabile in gara fino al ritiro dovuto alle conseguenze del crash tra Bourdais e Rahal. E pensare che Daly, suo compagno di squadra one time only, ha corso stabilmente nella top ten. Nelle serie minori aveva dimostrato ottime doti: è arrivato il momento di tirarle fuori per salvare il sedile.

Sebastien Bourdais – Terzo anno di fila che va forte alla 500 Miglia di Indianapolis e terzo anno di fila che termina una qualifica o una gara a muro. E l’incidente con Rahal che ha provocato il ritiro di entrambi è dovuto a una chiusura difensiva troppo eccessiva del pilota francese. Peccato, perché aveva tutte le carte in regola per centrare quanto meno un piazzamento fra i primi dieci come il compagno di squadra Ferrucci.

Chip Ganassi Racing – Nonostante sia una delle squadre più blasonate e temute del gruppo, non ha mai mostrato in due settimane di prove e di gara di avere un pacchetto vincente. In qualifica Rosenqvist ha evitato il Bump Day per il rotto della cuffia, dopo essere finito a muro nelle libere. In gara lo svedese ha percorso qualche giro al comando durante i pit stop dei primi, e mai è stato in lizza per la vittoria. Il suo compagno di squadra Dixon, forte della sua grande esperienza, ha cercato una strategia diversa basata sul risparmio dell’etanolo per arrivare là dove la velocità non glielo consentiva. Il cinque volte campione IndyCar si è fatto tredici giri in testa grazie alla capacità di allungare gli stint rispetto agli avversari, ed era riuscito a porsi virtualmente in sesta-settima posizione col gruppo dei migliori. La caution provocata dall’incidente Ericsson è arrivata proprio mentre Dixon era ancora in pista, con i primi che avevano già rifornito, e il pilota del team Ganassi è rimasto col cerino in mano.

Carlin Racing – Il team britannico è al secondo anno come full timer in IndyCar, eppure continua a stentare, nonostante la grande esperienza nel motorsport. Quest’anno Carlin si è presentato alla 500 Miglia di Indianapolis con tre monoposto e mezza, considerando anche la McLaren di Alonso, ed è riuscito a qualificarne solo una per la gara (quella di Kimball, ndr). La squadra diretta da Trevor Carlin è stata l’unica, assieme alla partner McLaren, a pagare le conseguenze del Bump Day. Una pessima figura, che pone anche delle domande sul futuro del team in IndyCar.

McLaren e Alonso – La scuderia di Woking voleva scrivere la storia, aggiudicandosi per la terza volta la 500 Miglia di Indianapolis nell’anno del ritorno in America come entità “indipendente”. Il pilota spagnolo cercava la gloria a Indy per conquistare la Tripla Corona. Partiti alla volta dell’Indiana con questi propositi, McLaren e Alonso non sono nemmeno riusciti a qualificarsi. Ogni altro commento sarebbe inutile.

 

Indianapolis Motor Speedway/Official Twitter

 

Newgardner– No: non è un refuso. Questa figura leggendaria vive ogni anno grazie a continui conflitti con la logopedia dei commentatori di turno, e riesce a correre alla 500 Miglia di Indianapolis a discapito del “povero” Josef Newgarden. Ai tempi della IRL su SportItalia, Roberto Cinquanta, per strappare una risata, italianizzava i nomi di alcuni piloti in certi frangenti della corsa o nel pre-gara: un esempio in tal senso Buddy Rice, ribattezzato simpaticamente Risotto Felice. Quasi quasi è meglio sentire Giuseppe Nuovogiardino, piuttosto che abituarsi all’esistenza di èrre che non esistono.

 

P.S. Questo è l’ultimo articolo a mia firma che sarà ospitato su queste pagine. Il precedente numero di Push to Pass, dedicato al fallimento a Indianapolis della McLaren e di Alonso, ha critiche legittime e accettabili, ma anche una lunga serie di insulti pubblici e privati, oltre a vere e proprie volgarità, nei confronti di questa testata e del sottoscritto. Il filo che regge il confronto fra scrittore e lettore si è inesorabilmente spezzato, e non credo sia più possibile ricomporlo.

Immagine in evidenza: ©Team Penske/Official Facebook



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