Push to Pass | Umiliazione meritata per Alonso e McLaren: a Indy i soldi non bastano, e la presunzione non paga
21 Maggio 2019 - 20:13
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L'avventura della scuderia di Woking in America è stata una clamorosa disfatta, che ha messo a nudo tutte le lacune di un progetto preso sottogamba




Fernando Alonso ha deciso di abbandonare la Formula 1 per perseguire il suo più grande obiettivoi: aggiudicarsi la 500 Miglia di Indianapolis. Nella bacheca del due volte campione del mondo ci sono già il GP di Monaco e la 24 Ore di Le Mans, conquistata nel 2018 con la Toyota: per raggiungere Graham Hill nella lista dei Triple Crown Champion gli manca solo un successo a Indianapolis, nella gara più importante del motorsport americano. E’ stata questa la molla che ha fatto scattare in Alonso la voglia di cimentarsi con la IndyCar.

Due anni fa, alla luce di una stagione fallimentare in Formula 1 per la mancanza di competitività della McLaren-Honda, Alonso provò a cercare il riscatto iscrivendosi alla 500 Miglia di Indianapolis, sempre col chiodo fisso di conquistare la Tripla Corona. Sebbene il pilota spagnolo non avesse mai corso su un ovale, il supporto della McLaren e la partnership con una scuderia blasonata come Andretti Autosport facevano trapelare ottimismo sulle prospettive dell’impegno del team inglese e di Alonso in terra americana. L’ex pilota della Ferrari si preparò bene alla gara, grazie anche al supporto di un tutor d’eccezione: Gil de Ferran, due volte campione CART e vincitore della 500 Miglia di Indianapolis 2003. In qualifica l’asturiano centrò l’accesso al Fast Nine Shootout, e in gara si trovò anche al comando per 27 giri, prima di essere costretto al ritiro per il cedimento del motore mentre lottava ancora per la quinta-sesta posizione. Un epilogo che aveva il sapore di una beffa, considerando i tanti problemi d’affidabilità della power unit Honda in Formula 1, ma Alonso poteva farsi forte dell’ottima prestazione e del fatto di aver occupato stabilmente la top ten in gara.

 

McLaren Indy/Official Twitter

 

Forti dell’ottima esperienza del 2017, Alonso e McLaren si sono ripresentati a Indianapolis sicuri di far saltare il banco, e l’ovale per eccellenza li ha cortesemente rimandati in Europa con un volo di sola andata. Dopo aver mancato l’ingresso fra i primi trenta il sabato pomeriggio, Alonso non è riuscito a superare la tagliola del Bump Day e ha ufficialmente mancato la qualificazione alla 500 Miglia di Indianapolis. E se nel 2017 il ritiro fu tutt’altro che meritato e Alonso fece oggettivamente una gran bella figura all’esordio in IndyCar, l’umiliazione di quest’anno è il degno coronamento di un progetto della McLaren e del pilota partito con grandi fanfare e gestito con ben poca modestia.

La McLaren nel 2017 si mise in luce, è vero, ma fu competitiva perché schierò in pista una vettura del team Andretti, da sempre uno dei migliori a Indy. Quest’anno però a Woking prima hanno voluto far tutto da soli, per poi finire per farsi dare ben più di una mano dal Carlin Racing nella progettazione e gestione della monoposto. E quest’ultimo accordo tecnico per la McLaren è stato il bacio della morte, sportivamente parlando. Carlin è stata infatti la squadra che ha avuto il peggior rendimento a Indianapolis: è riuscita a qualificare solo una vettura su tre e mezza, cioè quella di Kimball. Chilton e O’Ward, piloti ufficiali della compagine britannica, sono stati esclusi dalla corsa dopo il Last Row Shootout allo stesso modo di Alonso.

Tra stravolgimenti di assetti, lentezza nell’assemblaggio e preparazione della vettura ed errori nella traduzione delle unità di misura, la McLaren ne ha combinate di tutti i colori nelle sessioni di prova della 500 Miglia di Indianapolis, e la mancata qualificazione è il naturale risultato di un lavoro fatto con grande approssimazione, nonostante gli ingenti investimenti fatti per cercare di fare un sol boccone degli avversari. Sono stati messi sotto contratto uomini di primo livello nei quadri dirigenziali, quali Bob Fernley e de Ferran, e fra gli ingegneri è stato dato un ruolo chiave ad Andy Brown, che con Ganassi ha vinto tantissimo in passato. La McLaren ha fatto una scorpacciata di nomi altisonanti, ed è rimasta col cerino in mano, mentre realtà piccolissime quali Clauson-Marshall Harding-Steinbrenner hanno fatto faville con un budget risicato. Un budget che farebbe la fortuna del DragonSpeed di Elton Julian, squadra debuttante in IndyCar che si è qualificata alla 500 Miglia di Indianapolis facendo mangiare la polvere alla ricca McLaren, con Julian che scherzando diceva come l’hospitality del team inglese costasse quanto il suo intero impegno di cinque gare in IndyCar. Pur avendo molti più soldi e uno staff superiore a tantissime compagini presenti a Indianapolis, la scuderia di Woking ci ha messo un giorno e mezzo a riparare la monoposto di Alonso danneggiata nell’incidente avuto dall’asturiano nelle seconde libere, mentre il “minuscolo” Juncos Racing ci ha messo una decina di ore per sistemare la monoposto di Kaiser. Per non parlare dello Schmidt-Peterson, che ha assemblato il muletto di Hinchcliffe in poco più di un’ora.

 

Indianapolis Motor Speedway/Official Twitter

 

Ma non si può puntare il dito solo contro il team, perché anche Fernando Alonso non è esente da colpe e ha grandi responsabilità nella disfatta Indianapolis. Il pilota spagnolo ha più volte ribadito che la macchina non era veloce e non ha mai avuto il passo per poter competere con i migliori, e sicuramente questo è vero. E’ altresì innegabile che a muro nel secondo giorno di prove libere ci sia finito lui, e che l’incidente non lo abbiano di certo provocato i meccanici o gli uomini al muretto, e nemmeno lo Spirito Santo. Il crash nelle seconde libere è costato tantissimo alla McLaren. La McLaren ha perso un giorno e mezzo per sistemare la macchina, in un momento in cui aveva un disperato bisogno di macinare km per sistemare l’assetto. Non solo: a causa dell’incidente, la McLaren ha dovuto usare la macchina di riserva, preparata interamente da quel Carlin Racing che non è stato nemmeno capace di preparare adeguatamente le sue vetture ufficiali.

Va inoltre aggiunto che l’ex pilota della Renault e la sua squadra si sono trovati di fronte all’impossibilità di poter partecipare alla 500 Miglia di Indianapolis con una monoposto motorizzata Honda, precludendosi di fatto la prospettiva di un rinnovo della partnership con l’Andretti Autosport instaurata nel 2017. E perché la Honda ha messo il veto alla presenza di Alonso su una vettura spinta da un suo propulsore? Forse perché qualcuno ha speso tre anni in Formula 1 a prendere in giro il costruttore giapponese, umiliandolo per altro con un team radio al vetriolo a Suzuka, nella gara di casa? E chi mai sarà questo qualcuno?

 

Twitter Frame

 

Stante la volontà della Honda di non avere Alonso fra i piedi, la McLaren per forza di cose ha dovuto scegliere il motore Chevrolet. E quello che sembrava un fattore limitante, date le ottime prestazioni degli anni scorsi della Honda a Indianapolis, in questa stagione si è rivelato essere un vantaggio. Il propulsore statunitense è andato sempre fortissimo quest’anno a Indianapolis, soprattutto nei giri “senza scie”: ben sei vetture fra le prime nove qualificate sono spinte dai V6 Chevrolet, e fra queste ci sono tutte le prime quattro (il poleman Pagenaud e i piloti dell’Ed Carpenter Racing, ndr). La McLaren ha quindi fallito la qualificazione, nonostante avesse a disposizione un motore competitivo e forse migliore rispetto a quello di metà schieramento. Di sicuro il pacchetto a disposizione non era eccellente, ma Alonso si è giocato la qualificazione con Kaiser, cioè contro un pilota che ha corso una manciata di gare in IndyCar e portava in pista la monoposto di un team (il Juncos Racing, ndr) che nei giorni scorsi aveva perso i suoi due sponsor principali e nemmeno sa se potrà disputare altre gare in questa stagione.

 

 

 

Kaiser però nei suoi ultimi quattro giri nel Last Row Shootout ha messo tutto sé stesso per cercare di centrare l’impresa e provare a salvare la stagione sua e della sua squadra. Il campione Indy Lights 2017 ha fatto tutto il possibile per cercare di garantire quanto meno un presente al Juncos Racing, nella speranza che per la scuderia argentina ci sia un futuro, gettando il cuore oltre l’ostacolo. Quel cuore che la McLaren e Alonso non hanno mai avuto a Indianapolis.

 

Immagine in evidenza: ©McLaren Indy/Official Twitter



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