Push to Pass | Una prima da sogno per il nuovo corso della IndyCar
14 Marzo 2018 - 20:33
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GP St. Petersburg
L’era del kit aerodinamico universale si è aperta con una gara spettacolare a St.Petersburg




E’ ancora presto per fare proclami entusiastici, ma la nuova era della Verizon IndyCar Series è cominciata in maniera sfavillante. La gara inaugurale del campionato 2018, che si è corsa ancora una volta nella cornice di St.Petersburg, è stata emozionante e ricca di azione per tutti i 110 giri, regalando sorprese e colpi di scena a ripetizione. Incidenti, ruotate, duelli, sorpassi, difese estreme, cambi di strategie, big in difficoltà e outsider in grande spolvero: questi sono stati gli ingredienti che hanno reso magico il Firestone Grand Prix of St.Petersburg.

L’arrivo del kit aerodinamico universale, al posto dei body kit dei motoristi, per il momento sembra aver centrato gli obiettivi prefissati. Grazie alla minore downforce e alla riduzione delle turbolenze, i piloti hanno potuto guidare maggiormente vicini l’uno all’altro, e a giovarne sono state le manovre d’attacco, mai così numerose sul cittadino della Florida. Nei 110 giri della gara, ci sono infatti stati ben 366 sorpassi.

Lo universal bodywork ha inoltre contribuito ad annullare le differenze prestazionali fra i team a causa di differenze nel materiale aerodinamico, standardizzando di fatto il potenziale delle squadre della IndyCar. E proprio il kit uguale per tutti ha completamente rimescolato le carte, coi top team che sono incredibilmente andati in difficoltà a St.Petersburg, mentre a recitare il ruolo di protagonista sono stati dei comprimari.  Penske ha sbagliato l’assetto, con Pagenaud e Newgarden in grandissima crisi e Power a muro alla seconda curva, dopo l’acuto del secondo posto in qualifica. Dixon ha portato a casa un sesto posto insperato dopo qualifiche difficili, e un incidente con Sato dovuto a una frenata sbagliata del quattro volte campione IndyCar, incidente che lo ha costretto a scontare un drive thru. Hunter-Reay ha pagato a caro prezzo un problema alla centralina del motore nel giro di formazione: un peccato, visto che poi ha rimontato fino alla quinta posizione, con una corsa tutta grinta e cuore.

 

 

A brillare come una supernova è stato Robert Wickens. Il canadese dello Schmidt-Peterson ha conquistato la pole al debutto assoluto nella serie, e ha comandato la corsa fino a due giri dalla fine, quando è stato spedito a muro da Rossi. Quest’ultimo è stato l’altro eroe di giornata, con 30 sorpassi compiuti e una gara tutta d’attacco, forse anche troppo guardando al tentativo di sorpasso finale. Ma probabilmente tutti avremmo criticato il pilota dell’Andretti Autosport se non avesse provato a superare il leader della corsa nella ripartenza da caution al penultimo giro. Sicuramente Rossi ha commesso un errore, e ha distrutto la gara di Wickens che avrebbe meritato la vittoria, però tutti al suo posto avremmo tirato quella staccata, come ha detto anche Paul Tracy. Ci poteva stare una penalizzazione sul tempo complessivo, visto che lui ha solo perso una posizione nell’incidente ed è finito a podio, mentre Wickens ha perso tutto, ma non mi sento di gettare la croce addosso alla direzione corsa per aver scelto di non punire Rossi.

 

 

Peccato davvero per Wickens, che avrebbe scritto la storia vincendo al debutto come aveva fatto per ultimo Nigel Mansell nel 1993. La fortuna ha sorriso a Bourdais, curiosamente proprio l’ultimo pilota a centrare la pole alla prima gara in America prima di Wickens. Il successo ha permesso  al francese di “salvare l’onore” e impedire a Wickens di entrare ancor più di lui nella storia della categoria al debutto. Ma la vittoria del quattro volte campione Champ Car, pur essendo il frutto di un incidente al penultimo giro, è densa di significato e fascino. Era stato proprio Bourdais a trionfare a St.Petersburg dodici mesi fa, e a riportare sul gradino più alto del podio il Dale Coyne Racing, che aveva vissuto un biennio disgraziato. E dieci mesi fa l’ex pilota della Toro Rosso aveva rischiato di chiudere anzitempo la sua avventura nel motorsport in un bruttissimo incidente nelle qualifiche della 500 Miglia di Indianapolis, proprio mentre stava facendo la pole position ed era in piena lotta per il titolo, dopo aver ricostruito con pazienza una carriera che sembrava compromessa. Nonostante la rottura di un’anca e del bacino, Bourdais non si è dato per vinto; ha lavorato sodo per recuperare a tempo di record, è tornato in pista due mesi prima delle previsioni dei medici ed è riuscito a correre le ultime gare del campionato. E dieci mesi dopo un infortunio potenzialmente letale per la sua carriera, eccolo sul gradino più alto del podio a festeggiare. Come nel 2017. Come se il dolore e la paura non ci fossero mai stati.

 

 

Sul podio, accanto a Bourdais c’era Rahal, arrivato secondo dopo essere partito ultimo. L’americano ormai è abituato alle imprese impossibili e alle rimonte dal fondo dello schieramento. E mentre Carlin e Juncos hanno fatto solo da comparse, i debuttanti King e Leist hanno conquistato la seconda fila in qualifica e hanno guidato per qualche giro nelle primissime posizioni, a dimostrare che meritano l’opportunità ricevuta da Ed Carpenter ed AJ Foyt.

Nuovi protagonisti, imprevedibilità e duelli ruota a ruota: la IndyCar 2018 è partita col botto.

 

 

 

L’INCIDENTE TRA ROSSI E WICKENS – FIRESTONE GRAND PRIX OF ST.PETERSBURG 2018



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