Villeneuve sul 1997 e Jerez: “C’era la sensazione che la Ferrari venisse aiutata. Per non farmi buttare fuori dovevo sorprendere Schumacher”
10 Febbraio 2018 - 11:08
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Il pilota canadese racconta la sua verità sull'anno in cui ha vinto il mondiale di Formula 1, sulla gara decisiva e sulla ruotata rifilatagli da Schumacher




Il mondiale di Formula 1 del 1997 è stato sicuramente uno dei più emozionanti dell’era moderna. La lotta per il titolo tra Schumacher Villeneuve ha regalato momenti di grande agonismo e sensazioni forti a tutti gli appassionati della categoria, e l’epilogo di quel campionato rimarrà per sempre uno dei più chiacchierati. Villeneuve, al suo secondo anno in Formula 1, riuscì a diventare campione del mondo superando nel mondiale Schumacher proprio nell’ultima e decisiva gara della stagione, che si disputò sul circuito di Jerez de la Frontera.

Nel GP d’Europa il pilota della Williams passò sotto la bandiera a scacchi in terza posizione, piazzamento che gli bastò per vincere il suo primo e unico titolo di F1. Decisivo fu quanto avvenne al giro 48: il pilota canadese attaccò Schumacher alla curva Dry Sac, e il ferrarista lo speronò per evitare di essere superato e per danneggiare la sua monoposto, cercando così di assicurarsi la conquista del campionato. Villeneuve però sopravanzò il rivale, e la manovra si ripercosse contro Schumacher, che finì nella ghiaia e lì terminò la sua gara. Il pilota della Ferrari venne successivamente escluso dalla classifica del campionato, pur mantenendo tutti i punti conquistati, e obbligato a partecipare a una campagna di sette giorni per la guida sicura.

In un’intervista concessa per la rubrica “I signori della F1′ di Sky Sport F1, Villeneuve ha ripercorso gli avvenimenti di quell’incredibile stagione. L’ex pilota della Williams ha raccontato:”Sapevo che nel 1997 sarebbe stato Schumacher l’uomo col quale avrei dovuto battermi per vincere il titolo, e non il mio compagno. Dentro la squadra avevamo sempre l’opinione e il pensiero che ci fosse un po’ di aiuto per la Ferrari. Questo si è visto a Suzuka, quando sono stato squalificato”. Villeneuve si riferisce a quanto avvenne nel GP del Giappone, quando fu estromesso dalla corsa dopo aver ricevuto la terza reprimenda stagionale per un sorpasso in regime di bandiere gialle. Il canadese corse sub judice grazie a un appello presentato dalla Williams, ma fu poi estromesso dalla classifica, perdendo il quinto posto conquistato. L’episodio è decisivo secondo il vincitore della 500 Miglia di Indianapolis 1995, e infatti sottolinea : “Questo ha dato la testa del campionato a Schumacher e alla Ferrari; quindi c’era sempre l’impressione che stessimo combattendo contro il vento, che lottassimo controcorrente. Questo tipo di situazioni mi aiutano: mi danno la spinta in più sempre”.

 

 

Villeneuve nella sua testa non ha mai avuto dubbi: il titolo 1997 era alla sua portata, e avrebbe vinto la guerra contro Schumacher e la Ferrari. “Nella mia testa sapevo di averlo battuto. Già avevo cominciato con quel sorpasso all’Estoril (nel GP del Portogallo 1996, ndr) perché lui era molto arrabbiato nel ’96 dopo questo sorpasso. Poi ci sono stati altri sorpassi, che sono sempre andati bene e a mio favore. Anche a 5-6 gare dalla fine, dove lui aveva un gran vantaggio di punti, ero sicuro di vincere il campionato e che le cose sarebbero andate bene. Non ho mai avuto questa pressione negativa: sapevo che le cose stavano per girare, e che Michael l’avevo battuto! E’ subito dopo Suzuka che il gioco psicologico è cominciato, perché tutti avevamo i ricordi di come Schumacher aveva vinto gli altri campionati, buttando fuori Damon Hill per vincere, o anche come ha vinto Macao, quando fece sbattere Hakkinen frenando in mezzo al dritto. Tutti i giorni noi parlavamo coi giornalisti e mettevamo questo in evidenza, per mettere pressione e far reagire la FIA. E così la FIA prima della gara ha detto che se un pilota avrebbe buttato fuori l’altro per vincere, sarebbe stato squalificato. La nostra azione è servita, faceva parte del gioco, e quanto successo a Suzuka mi ha solo reso un po’ più cattivo, concentrato, per dimostrare che anche contro l’avversario migliore potevo vincere”.

L’energia di quel weekend era palpabile – ha raccontato a Sky – C’era un’atmosfera elettrizzante veramente incredibile, e dentro la squadra si lavorava davvero bene, con una concentrazione incredibile. Eravamo lì per vincere; non per lanciare i dadi e sperare di vincere, ma eravamo lì per lavorare, sapendo che la vittoria era nostra. Mi ricordo abbastanza bene della gara di Jerez del ’97, perché era il Momento della mia carriera. Ero nato per vincere, perciò mi ricordo bene. Avevamo fatto dei piani, delle strategie, immaginando tutto quello che poteva accadere, ma nulla è andato secondo quanto pensavamo. Lì per tutta la gara c’eravamo solo io e Schumacher. Ho fatto tutta la gara dietro di lui e vedevo che potevo frenare molto più tardi di lui, molto molto più tardi. Ero più veloce, ma non riuscivo mai a stare abbastanza vicino. L’ultima sosta l’abbiamo fatta 2-3 giri dopo di lui: sapevo che con questa sosta, due giri dopo dovevo superarlo, perché ero ancora con gomme nuove, mentre lui no. Sapevo che c’era un giro o due di finestra per poterlo attaccare. Arrivando dopo la prima parte del circuito c’è un curvone veloce e poi il rettilineo. Ho visto che ero magari un metro più vicino degli altri giri e così ho tenuto giù. Sono quasi uscito di pista, ma bisognava prendersi un rischio. E nel dritto, al momento di staccare, ero un metro o due più vicino che in tutti gli altri giri, quindi ci sono andato. Sapevo, vedendo dove frenavo prima e che mi fermavo sempre attaccato a lui, che quel metro o due di vicinanza in più mi permettevano di frenare così tardi visto che avevo gomme nuove. E poi potevo soprattutto sorprenderlo, perché ero troppo lontano per dargli l’avvisaglia di un attacco. Lui non stava più guardando negli specchietti. Normalmente guardi negli specchietti sul dritto, vedi quant’è lontano l’avversario e ti regoli di conseguenza: poi allora non c’era il DRS. Sapevi se uno poteva superarti o no. E io sapevo di essere abbastanza lontano, cosicché lui non mi potesse vedere e avrei avuto l’occasione di sorprenderlo. Era l’unico modo per superarlo, sorprenderlo, perché sennò aveva l’abitudine di buttarti fuori”.

 

 

“Una volta di fianco a lui, ero sorpreso che non mi avesse ancora toccato – ha detto Villeneuve – Però è arrivato qualche decimo dopo. Quando mi ha visto al suo fianco mi ha dato la botta. E lì pensavo che la mia macchina si fosse rotta, perché mi aveva dato veramente una gran botta. Sono saltato in aria. Però la macchina andava ancora, e in quel momento ho rallentato, perché la botta era veramente enorme, e pensavo che una sospensione o un qualcosa fosse danneggiato. Per questa ragione frenavo presto per non saltare sui freni, non andavo sui cordoli, quando acceleravo lo facevo con tranquillità, solo per non dare colpi sulla macchina. E meno male che ho fatto così, sennò non avrei finito la gara! La batteria non era più attaccata; era tenuta solo dai cavi elettrici, e con un po’ di aggressività i cavi si sarebbero rotti. Poi non ero sicuro di un’eventuale squalifica di Schumacher, perciò era importante vincere il campionato coi punti in ogni caso. Quando sono passato il giro dopo alla curva dove ha cercato di buttarmi fuori, l’ho visto in piedi sul muro che mi guardava. Vedevo la rabbia, e lo vedevo anche sudato: lui era uno che non sudava mai! E in quel momento ho capito di averlo veramente battuto! Per me, aver vinto così, rende la mia vittoria speciale”.

 

Immagine in evidenza: ©Williams Racing/ Deviant Art.com



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